LE MIE CITTÀ

Sono nato a Genova, una città industriale e portuale del nord che nel 1963, anno della mia nascita nel quartiere di Sampierdarena, non aveva ancora conosciuto il suo boom demografico, ma che presumibilmente si attestava in quel momento sui 750.000 abitanti. Quattro anni dopo con la mia famiglia ci siamo trasferiti a Taranto, altra città portuale e industriale, del sud questa volta. Qui ho vissuto circa dieci anni. Taranto aveva poco più di 200.000 abitanti ed era anch’essa in forte crescita demografica. Quartieri nuovi nascevano velocemente ai margini delle periferie, compresa quella dove noi abitavamo. Palazzi accanto a palazzi spuntavano sù prima ancora che ci fossero le strade; i negozi rimanevano lontani, i centri commerciali non esistevano, c’era solo qualche supermercato, in centro. Giocavamo a calcio a margine dei cantieri edili e la nostra vita di ragazzi era essenzialmente per la strada. Appena mi sono affacciato all’adolescenza arriva un’altra partenza: di nuovo a Genova per un anno, seconda superiore. Era l’anno del rapimento Moro, dei “gambizzati” dalle BR, gli anni delle lotte metalmeccaniche e dell’appena conquistato Statuto dei Lavoratori; sotto a scuola ci passavano i cortei dell’Ansaldo e dell’Italsider, dove lavorava anche mio padre. Nelle assemblee scolastiche volavano le sedie. Io giravo da solo, a piedi, in città: una pazzia se si pensa che solo dal centro all’estremo ovest ci sono circa 15 km. E lì, ad ovest, ci stavano i miei nonni, e il circolo anarchico che frequentavo saltuariamente. Poi suonavo con gli amici in centro, in una sala prove al secondo piano di un palazzo nei caruggi, a volte a casa di un amico nel quartiere di Oregina. A sedici anni ancora via, Toscana, un posto remoto sul Monte Amiata. Appena finita la scuola superiore qui, dopo tre anni e mezzo, sono andato via io da solo, a Firenze, mi sono iscritto all’Università. Ho vissuto lì un anno e mezzo, in un garage con i letti a castello, due coreani un canadese e un argentino, e poi in un paio di appartamenti a Incisa valdarno, sempre in comune con altri. Lavoravo per mantenere gli studi, almeno ci ho provato, nel senso che la cosa non è durata moltissimo… ecco.

Dopo una pausa “marittima” di un paio di anni che a raccontarli ci vuole tutto il blog, sono tornato in un’altra città, questa volta Arezzo; Non avevo la macchina e per un anno e più mi sono spostato per lavoro con la bicicletta, tra il centro e la periferia.

Alla fine dell’87 poi, il mio rapporto con le città è finito. Solo una poderosa ricaduta intorno ai trent’anni a Roma, dal ’97 al 2001, altra università, questa volta portata in fondo!

A parte questa interruzione romana i rimanenti quasi quarant’anni non li racconto, mi interessavano questi primi anni, mi interessavano “le mie città”, come le chiamo affettuosamente. Ritrovo in me, infatti, ciò che questi luoghi (come certamente succede a tutti, indipendentemente da dove si è cresciuti) mi hanno depositato dentro: i colori grigi, le strade asfaltate, la gente infinita, il chiasso, le auto in fila, gli sconosciuti sempre presenti, l’anonimato, la solitudine e la compagnia, gli autobus, l’odore di gas di scarico, i negozi di quartiere e quelli del centro, la scuola con quasi tremila studenti, il progresso e le promesse di futuro ad ogni angolo di strada (almeno negli anni ’70 e ’80…).

Ho imparato a non avere paura delle città, a farmi portare, a mostrarmi e nascondermi. Le città ti prendono come sei, sanno chi sei dentro, e se hai bisogno di qualcosa per quel “dentro” lo tirano fuori, se non hai paura di girare lo trovi, prima o poi. La solitudine che a volte ti riservano può essere un’opportunità, non ne ho mai avuto paura, spesso l’ho scelta come vestito.

Le città sono nelle mie canzoni, anche in una che potrebbe uscire tra non molto…