IN MORTE DI GUCCINI

L’esperienza comune che ho letto sui tanti “necrologi” privati nel giorno della morte del Maestrone è quella della sensazione di aver perso una presenza costante, continua, che ha attraversato le stagioni e le generazioni.

La capacità di Guccini è proprio quella di essere sempre lì, di aver firmato pezzi di storia che escono dalla storia e si piazzano in un universo senza tempo, dove albergano solo gli ideali, (le idee – avrebbe preferito lui) e sono raggiungibili da chiunque, da chi ha bisogno di ritrovare pace con le età, con le speranze, con le storie raccontate.

Alcune canzoni non sono più solo canzoni ma sono manifesti che descrivono una faccia della realtà, del presente; quando pensiamo ai campi di concentramento pensiamo ad “Auschwitz”, quando muore improvvisamente un amico pensiamo a “In morte di S.F.”…

Io ho imparato a suonare la chitarra a 11-12 anni, con lui e De Andrè, ma De Andrè più che altro al piano, Guccini era più “chitarroso”!

Racconto un piccolo momento della mia vita, come ho già fatto sui social, ma qui lo ripeto e lo amplio un pochino. Sembra un racconto del nonno, ma tant’è…

Ho visto l’unico concerto di Francesco quando stavo a Genova, nel 78. Avevo 15 anni. I manifesti del concerto erano anche sotto la mia scuola a Dinegro, la solita faccia della copertina di Via Paolo Fabbri 43.

Quella sera sono partito da via Strozzi a piedi, nel tardo pomeriggio. Un’ora e mezzo di cammino, all’andata e al ritorno. Pioveva e avevo un ombrello.

A quel tempo non esisteva il magna-magna del ticketing-online e il biglietto del concerto potevi farlo anche sul posto, con un po’ di fila ma sul posto. Il posto era il palazzetto della Foce, che era ancora in grado di ospitare concerti con grandi numeri, come fu quello, palazzetto pieno. Io ero in piedi a metà platea, leggermente sulla sinistra del palco. Ero da solo a vederlo, ma con tanta gente intorno non mi sentivo più solo; c’era puzza di canne e tanta gioia.

Francesco, Flaco e il bottiglione di vino.

Volevo sentire “La Genesi” ma non la fece e si scusò dicendo che a Pasqua non aveva fatto la comunione … boh. La sera non pioveva più e l’ombrello è rimasto al palazzetto.

La mia prima canzone in assoluto imparata alla chitarra era stata Il Vecchio e il Bambino, quando avevo 12 anni. L’anno dopo a Castel del Piano feci i miei primi due concertini, metà canzoni erano di Guccini, ricordo “Incontro”, “Il vecchio e il bambino”; poi facevo qualcosa di De Andrè e anche qualcosa già di mio, a 16 anni infatti già scrivevo.

Francesco mi ha insegnato la poetica della canzone, l’uso delle parole, delle immagini; mi ha dato la grinta della lotta, la voglia di avere un ideale, l’amore per un’anarchia sana e libertaria che ancora mi segna nel profondo; il tutto misto all’amore per la poesia e la cultura.

La canzone che mi resta dentro più delle altre è “Le cinque anatre”. Osservo quel volo, descritto da una poetica struggente e perfetta, un assoluto capolavoro che taglia l’anima in due. Piango ogni volta che me la ricanto, piango quell’anatra che rimane sola a volare.

Quelle piccole lacrime che ho versato leggendo… del suo ultimo volo.

Per sempre grazie Francesco.

Da un cantautore sconosciuto