Un concerto?

Sto pensando a sabato 30 gennaio 2016, a un teatro di periferia, Firenze. Due giorni di lavoro, in realtà anche mesi, nella preparazione a tutto campo di un evento che è ben più che un concerto.

La prima volta che ho suonato in pubblico è stata nell’estate del 1979, da solo. L’impianto erano due microfoni Rcf prestati dal parroco, un amplificatore mono a valvole e due diffusori a colonna presi da una vecchia chiesa. Sono cambiate tantissime cose in questi 36 anni; se penso alla tecnologia che ho usato quella volta e quella che ho usato sabato… beh… ne sono cambiate parecchie! Alcune  però sono rimaste identiche.

Innanzitutto la produzione e il management: Mario Costanzi! un sodalizio che dura ormai da 36 anni, appunto, tranne qualche rara occasione in cui invece che a me stesso mi sono affidato a produzioni esterne, causa eventi a cui ho partecipato e non organizzati da me. Ho usato le mie braccia, la mia testa, i miei soldi, la mia pazienza, la mia passione…tutto di me. Con il risultato ad esempio che, la stragrande maggioranza delle volte che qualcosa non andava per il verso giusto, sapevo bene con chi prendermela. Con il risultato, ad esempio, che sono arrivato stremato anche alla soglia del sipario, come responsabile della produzione, mentre invece il mio artista era lì, fresco come una… ehm… rosa, pronto a iniziare il concerto!

Non è cambiata neanche la paura che ti prende due secondi prima di entrare sul palco, quando pensi se davvero è tutto a posto, se anche gli altri sono a posto, se non ti sei dimenticato niente, tipo per esempio di riallacciarti le scarpe e banalità simili. La paura che potresti ritrovarti senza voce all’improvviso, la paura che potrebbe succedere quel famoso imponderabile di cui nessuno sa niente ma che è lì in agguato. La paura che ti assalga, come molte altre volte, tra qualche ora, quello strano velo di tristezza che già altre volte ti ha visitato, a notte fonda, dopo il concerto.

La terza cosa che non è cambiata è la voglia di farlo. Sempre. Anche quando sei stanco, anche quando ci potresti rimettere, anche quando non ti aspettano o si aspettano qualcos’altro. Questa voglia in 36 anni è aumentata in maniera esponenziale, proprio perchè ogni concerto, o quasi, è nato da queste mani, questo cuore, e da questa voglia di narrare e far sedere al tavolo delle proprie canzoni tanta gente; voglia di raccontare e raccontarsi e ascoltare i racconti degli altri, e magari far diventare canzoni anche quelli. Voglia di celebrare un arte che ha le sue liturgie e le sue ritualità, e che tanto ha in comune con la fede che vive dentro di me.

Questa voglia se è possibile è aumentata, come se ad ogni concerto si fosse sedimentato qualcosa nel più profondo di me di cui non ho avuto coscienza, ma che ha portato in alto il mio desiderio di conseguire quella tappa essenziale del percorso artistico che è l’esibizione, la celebrazione di una condivisione totale e plateale della tua creazione con il pubblico.

Ecco cosa non è cambiato in 36 anni, e queste cose che non sono cambiate hanno fatto cambiare me, in meglio, e dato intensità e vigore alla mia personalità artistica e, ci conto, anche a quella umana più estesa, quella del mio quotidiano, partenza e ritorno di ogni concerto, palco imprescindibile per ogni esibizione.